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VERSI IN ROMANESCO

 



Riflessioni

Ho ripreso a scrivere versi in romanesco dopo oltre un decennio, richiamato dalle avventurose e tragiche vicende del maggiore filosofo del nostro Rinascimento, che ebbe la sventura di divulgare le sue concezioni "rivoluzionarie" nell'epoca della Controriforma, quando la Chiesa mise in atto tutti i mezzi possibili (persuasivi e repressivi) per impedire il dilagare della Riforma protestante. Bruno trascorse gli anni più difficili della sua esistenza nella capitale: nel 1576, quando fuggito da Napoli accusato di eresia, abbandonò l'abito domenicano e dovette partire al più presto perché sospettato dell'omicidio di un confratello; poi dal 1593 al 1600 nelle prigioni del Sant'Uffizio, dalle quali uscì il 17 febbraio 1600 per essere bruciato vivo sul rogo a Campo de' Fiori. Il tentativo di cancellare il filosofo dalla memoria storica, messo in atto dalla Chiesa con ogni mezzo, non sortì però gli effetti sperati; e Giordano Bruno tornò a vivere simbolicamente quasi tre secoli più tardi. Infatti, nonostante le minacce di Leone XIII di abbandonare Roma qualora la statua fosse stata scoperta al pubblico, il 9 giugno 1889 il monumento fu inaugurato in un tripudio di popolo, nella stessa piazza dove il filosofo venne arso.


Avevo smesso di scrivere poesie in dialetto perché ebbi la sensazione di usare una "lingua morta" che riesce ad avere un effetto, una dignità solo se strutturata entro forme metriche, anch'esse decedute o, comunque, quasi del tutto disertate dalla poesia contemporanea. (Solo negli ultimi anni è in atto una riscoperta della metrica, che potrebbe conferire al verso rinnovate energie nel solco della tradizione). Naturalmente il vernacolo parlato oggi dalla gran parte degli abitanti di Roma non è più quello di G. G. Belli, e si discosta assai anche dal linguaggio usato da C. Pascarella, da Trilussa e persino da quello presente nei versi del nostro contemporaneo Mario Dell'Arco (1905-1996), che forse riecheggia ancora tra i vicoli del centro storico e di Trastevere nelle parole di qualche "antico" abitante. Prevale ai nostri giorni nelle periferie, un dialetto "borgataro" infarcito di anglicismi sovente maccheronici, contaminato da un lessico "meridionaleggiante". E' anche diffusa la parlata "borghese", familiare, molto italianizzata, che ha conservato del romanesco per lo più le desinenze e la tendenza a troncare la sillaba finale di alcune parole.

A rifletterci meglio, si ha la sensazione che oggi esistano più "romaneschi", che hanno le loro radici in un contesto globale anziché cittadino. Nel senso che il dialetto romano è rimasto come uno sfondo alquanto superficiale a vari linguaggi gergali che utilizzano termini dello "slang" giovanile studentesco dei "no global", piuttosto che quello degli ultrà dello stadio e così via.

Chissà che invece, grazie ad un mezzo di comunicazione così moderno, quale la rete telematica, non si riesca a rinverdire l'antica tradizione dei versi rimati in un romanesco che mantenga una certa fedeltà alle intonazioni usate dai poeti sopra citati e dunque una schietta identità romana, magari aperta a potenziali fruitori di ogni dialetto o lingua e gruppo etnico.

Tornando nello specifico dei sonetti su Giordano Bruno, subito dopo aver iniziato a scrivere la prima quartina mi è sorto un dubbio. E' possibile parlare di un grande genio come lui attraverso il sonetto? Si consideri che il filosofo nolano, in tempi dove ancora imperava una concezione geocentrica e chiusa del cosmo - la dottrina aristotelico-tolemaica - sosteneva l'esistenza di un universo infinito con molteplici, meglio, infiniti centri (e quindi senza centro). Dunque il suo policentrismo cosmologico si era spinto ben oltre l'eliocentrismo copernicano. Pertanto mi sembrava inadeguato ricordare un tale pensatore tramite la forma rigida e, per certi versi angusta, di un sonetto. Poi mi son detto che forse si poteva fare un tentativo, dunque ho accettato la piccola sfida, ed ecco il risultato.

(Gennaio 2003)




P.S.: per il sonetto sulla statua ("1889") devo ringraziare l'amico Bruno Sales che in una creativa serata trascorsa in birreria ha collaborato alla sua stesura.

 

N.B.: Le mie ultime acquisizioni relativamente alla poesia «neodialettale», hanno mutato la posizione formulata nelle Riflessioni qui presenti. In seguito esporrò le nuove considerazioni che ancora sono in divenire.

Grazie per la pazienza.


 

 

Campo de' Fiori, 1600

 
S’è fatta l’ora e l’onna de la notte

Saluta i viali, er core de Giordano

Riflette l’univerzo: mille rotte

De stelle senza centro. Colle mano

 

Legate e la mordacchia ’n bocca sorte

Lungo le vie sanpietrinate, piano,

La dignità nell’abbito de morte,

L’eco de la marmaja de lontano.

 

«Pago la libbertà, monno sacrato,

De mannà in croce voi e ll’ipocrisia,

Ignudo come er monno m’ha creato.

 

Pe’ la condanna ar rogo ciò un soriso

E la pavura?... è vostra. Cusìssia,

Ché già m’opre le porte er Paradiso.»

 

 

Campo de' Fiori, 1889


– La statua der ribbelle nun la vojo!… –

Ruggì Papa Leone a un porporato:

– … Prima me butto giù dar Campidojo

O manno a quer paese er celibbato! –

 

– Oh Santità, v’abbasta de un fojjo

Indove minacciate de filato:

“Scoprila e traslocamo er santo sojjo!

Ah Crispi vedi tu… (Morammazzato!)

 

Ma grazzie ar popolaccio e a li studenti

Dar bronzo sbarbajò un mantello nero

Ar sole, e illuminò puro le menti.

 

Er nove giugno dell’ottantanove

Sorte trionfante er libbero penziero:

Vive Giordano! E ‘r Papa?… Nun ze move.

 

 

Ho pensato di proporre alcuni sonetti di Cesare Pascarella, tratti da La scoperta de l’America (1890), poemetto ispirato all’impresa di Colombo, nel quale il poeta si diletta a delineare alcuni aspetti dell’animo umano di cui faremmo (quasi) tutti, volentieri a meno. Ma poiché calunnie, invidie, imposture etc. etc., esistono oggi come cento, cinquecento, millanta anni addietro, non resta che prenderne atto e, possibilmente, oltre che difendersi, trovare la via per riderci sopra. Pascarella forse ha scritto questi versi amareggiato da fatti che gli sono piovuti addosso; è riuscito comunque a farlo in modo efficace, incisivo e al contempo con leggerezza ed ironia; di questo, credo, dobbiamo essergli grati.

 

 

 

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