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Il rimosso bellico

Riflessioni sulle radici del poemetto Er davenì

 

di Enrico Meloni

 

 

 

Intervento tenuto il 17 ottobre 2008 presso il Teatro Vittoria di Roma, in occasione del Convegno organizzato dal Centro studi G. G. Belli “Il dialetto in guerra”

Pubblicato sul n. 2-3 – maggio-dicembre 2009 de Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioacchino Belli

 

 

 

«Solo i morti hanno visto la fine della guerra».

È un’affermazione attribuita a Platone e ripresa dal regista Ridley Scott nel film Black Hawk Down, secondo la quale sembrerebbe che chi ha vissuto l’esperienza della guerra non possa liberarsene per tutta la sua esistenza. Ho provato ad andare oltre la vita dei sopravvissuti e mi sono chiesto cosa rimane nelle generazioni successive delle immani e capillarmente diffuse energie negative sprigionate e messe in moto da un conflitto come la seconda guerra mondiale, che ha causato fra civili e militari oltre 60 milioni di morti. Cosa hanno ereditato “i figli” di tanto dolore e tanta distruzione?

 

Nei ripetuti racconti bellici di mio padre, non è mai intervenuta la “commaraccia”, la “commare secca”, la morte (per i non romani), se non come un’eco lontana, confusa in uno sfondo incerto e impersonale. Affioravano rischi, pericoli, incidenti, infortuni, avventure, sofferenza, fame nera, sconforto, ma niente di insanabile, nessun avvenimento per quanto triste, a cui non fosse possibile porre un rimedio. Forse non è un caso se l’editore, dopo aver letto il poemetto Er davenì, ispirato appunto ai ricordi di guerra di mio padre, ha fatto un accostamento a La vita è bella: trovò il testo sorprendente per il filo conduttore della seconda guerra mondiale, trattata – a suo parere – quasi con la stessa delicatezza che caratterizza il film di Benigni.

 

Dal momento che una guerra senza morti non si è mai vista, almeno nel corso del Novecento, ho cominciato a pensare che alcuni aspetti siano stati (forse inconsciamente?) cancellati dai ricordi di mio padre. Ma questo genere di riflessioni si è messo in moto soltanto negli ultimi anni, dopo la sua scomparsa; prima infatti la sua esperienza bellica era quasi un accadimento che rientrava nella normalità, come può essere un viaggio avventuroso o un passaggio naturale della vita; soltanto dopo ho cominciato a meditare sull’ “eccezionalità” di quegli eventi, e in seguito (molto recentemente) sulle conseguenze che potrebbero aver causato non solo su mio padre.

Probabilmente non si esaurisce tutta la realtà della guerra che rimane dentro chi ne è stato coinvolto, in racconti per lo più leggeri, a tratti avventurosi, travagliati o dolorosi, a volte persino divertenti. È ben vero che per molti secoli la guerra è stata ritenuta, almeno da chi la conduceva, un piacevole e coinvolgente gioco, una gara. Su questo tema si è soffermato anche lo storico Franco Cardini nel saggio Quella antica festa crudele, nel quale scrive ad esempio che la battaglia era considerata bella dai guerrieri non «soltanto in quanto “trasgressione impunita”, ma anche in quanto azione ludica, sportiva, in quanto libero e giovanile esercizio, in quanto momento di sospensione delle preoccupazioni quotidiane e quindi festa».1 E aggiunge che in epoca feudale i cavalieri consideravano la guerra un privilegio «perché durava poco e[d era combattuta] nella bella stagione (da maggio a settembre), perché era occasione di una quantità di incontri mondani (…) perché era relativamente poco rischiosa, al limite quasi meno del torneo, dove invece si moriva piuttosto spesso».2

In ogni caso il libro di Cardini riguarda il medioevo e l’età moderna, quindi non tocca affatto il Novecento, secolo nel quale si manifesta la “guerra totale”, che non lascia scampo neppure ai civili. Dunque il secondo conflitto mondiale, non sembra concedere molto spazio alla festa e al gioco, anzi, si direbbe un periodo in cui la voglia di scherzare viene meno: ci sono infatti armi di distruzione che lasciano poca speranza di tornare a casa, e una determinazione ad annientare l’avversario che rende i comandi molto spesso avulsi da ogni regola cavalleresca.

         Credo che per comprendere in un modo più completo e profondo la memoria della guerra e i suoi effetti, occorra prendere in esame anche il “non detto”, saper ascoltare il ricordo dei silenzi.

Premetto che esistono degli studi di psicologia che si occupano della trasmissione transgenerazionale del rimosso, ovvero dell’eredità dell’inconscio dei genitori che viene assorbita dai figli. Si tratta di un processo “normale” che riguarda tutti noi indipendentemente da guerre o calamità.

Qualcuno mi ha fatto notare che nel poemetto Er davenì ci sono alcuni punti che non risultano troppo espliciti, che appaiono scarsamente limpidi, e che tale aspetto mal si concilia con i miei obiettivi poetici di chiarezza espressiva. Ho immediatamente individuato i versi in questione. Si tratta in particolare di una strofa che verosimilmente potrebbe non sembrare molto legata al contesto. Effettivamente è così, perché questi versi, al contrario degli altri, danno voce al “non detto”.

Se un giorno troverò la pazienza, l’ispirazione, lo stato d’animo adatto, l’illuminazione, il coraggio per avventurarmi in un’indagine approfondita del “rimosso” dell’esperienza di guerra e prigionia, che ho assorbito inconsapevolmente dalla nascita, allora potrei partire da qui, da questi versi che in qualche modo attingono e si confondono nell’inconscio paterno.

 

Sarva la pelle e spera, se diceva,

nero de notte nera

ora de nun parlà, male feroce

vattene corri fora,

e rrisciacquà le viscere de pace.

Un Tevere de lagrime ve lasso

Lassù cirri de sanguine;

Si jé la fate alleggerite l’anime,

Sgravamose der masso, passo passo.3

 

Parlando con mio padre dei reduci del Vietnam, i quali sia nei film che nei servizi giornalistici, ci vengono presentati quasi tutti con disordini psichici post-traumatici, gli domandai com’era a questo riguardo la situazione nel suo dopoguerra. Non ricordava nessuno fra i suoi amici e conoscenti che potesse venire incluso nella schiera dei cosiddetti “scemi di guerra”.

Come spiegare la sua risposta?… Penso che per comprendere si debbano tenere presenti alcune caratteristiche della sua generazione, peraltro educata in epoca fascista, e quindi poco propensa all’autocommiserazione, a manifestare le proprie debolezze e quelle di coloro che hanno condiviso la stessa esperienza bellica. Probabilmente negli anni Quaranta, i reduci che avevano problemi mentali finivano in manicomio oppure nascondevano i loro disagi nell’alcolismo, o magari si rendevano poco visibili ad esempio evitando di uscire di casa. Va inoltre considerata la “romanità” del “nun piagnemose addosso”. Il belliano:

 

Bbasta, ggià cche cce semo, alegramente:

e nun ce famo dà la cojjonella

cor don-der-fiotto che nun giova a ggnente.4

 

a conclusione del sonetto La Nasscita, suggerisce in qualche modo una spiegazione della tendenza a cancellare avvenimenti, situazioni troppo dolorose, disumane, fortemente lesive della dignità.

Secondo questa visione del mondo la soluzione migliore è quella di non esternare i propri disagi, anzi, ancora meglio è buttare le proprie disgrazie dietro le spalle e convincersi che non sia successo niente di così grave, sperando (più o meno consapevolmente) che ogni brutto ricordo venga così cancellato per sempre. La rimozione, si può ritenere sia stata per molti un espediente necessario per tornare a sperare in una vita “normale”.

Tuttavia Freud – com’è noto – ci ha insegnato che il rimosso continua ad operare nell’inconscio. Dunque in qualche modo questi fatti troppo amari, angosciosi, devastanti, destabilizzanti per essere metabolizzati con disinvoltura, hanno continuato a vivere in qualche zona della psiche. E non solo hanno proseguito a condizionare di nascosto la vita dei reduci, ma verosimilmente sono passati alle generazioni successive come una spinosa e occulta eredità dell’inconscio.

 

Fra le ipotesi che si possono fare per spiegare il suicidio di Primo Levi (ammesso che si tratti effettivamente di suicidio, visto che qualcuno avanza dei dubbi sulla morte dello scrittore) avvenuto l’11 aprile 1987, a distanza di 42 anni dal termine dell’esperienza concentrazionaria, si può immaginare che lo scrittore non sia riuscito a raccontare nelle sue opere tutti gli aspetti degli orrori vissuti nel campo di sterminio. Credo sia lecito supporre che per rendere fruibili i suoi testi al grande pubblico, compresi gli alunni delle scuole medie (ai quali ancora oggi vengono proposti), sia stata necessaria un’opera di mediazione tra la realtà dei fatti, la memoria e la parola scritta. Non si può escludere che una delle ragioni del suicidio sia da addebitare proprio all’impossibilità di dire tutto persino a se stesso.

 

Come il compianto Fabrizio De André, anche io mi sono sempre ritrovato dalla parte dei più deboli, le mie simpatie sono quasi sempre dalla parte degli ultimi, dei perdenti. De André in un’intervista disse che questa sua inclinazione poteva derivare da una predisposizione genetica. Io, per quanto mi riguarda, ho pensato (sempre di recente) di poter attribuire questa propensione alla guerra e alla prigionia di mio padre.

La guerra ha insegnato che in qualsiasi momento, per una qualunque ragione anche noi, che ci sentiamo protetti e al sicuro, possiamo ritrovarci senza casa, senza pane, senza libertà, obbligati ad una disciplina eccessiva, irrazionale e ad un lavoro forzato, che non ci sono affatto congeniali. Mio padre proveniva da una condizione socio-familiare modesta ma solida: casa, affetti, lavoro, radicamento nell’amata Roma dove ancora il dialetto tradizionale era lingua viva. Si è ritrovato prima in guerra, e poi nei lager tedeschi, senza libertà, senza cibo sufficiente, senza un tetto sicuro, senza abiti decenti, senza certezze alcune per il futuro.

Questo insegnamento è passato senza bisogno di parole, di spiegazioni. Così come altri valori quali la libertà e la condanna della guerra (percepita come un’assurda degenerazione dell’umanità, specie se combattuta con armi potenti come quelle usate nel Novecento), valori che sono anche tutelati dalla Costituzione e che fino a poco tempo fa in Italia, non erano messi in discussione da nessuno, e, anzi, la guerra veniva da tutti considerata un tabù. Negli ultimi anni, forse per un vuoto nella memoria collettiva causato dalla progressiva scomparsa dei reduci, dei testimoni diretti del secondo conflitto mondiale, sembra che qualcosa sia cambiato, ed è purtroppo capitato di vedere azioni di guerra nell’ambito di missioni che sulla carta risultano essere missioni di pace.

 

Dunque la guerra, la prigionia, fra detto e non detto, hanno in qualche modo generato una compassione verso i meno fortunati, che può sconfinare nel pessimismo a causa dell’immedesimazione e perché in fondo è sempre presente la consapevolezza che per un capriccio della sorte, senza alcun preavviso, domani si potrebbe diventare uno di loro. In ogni caso, a mio parere, questa compassione venata di pessimismo è certamente preferibile all’ottimismo egoistico (fin troppo diffuso negli ultimi tempi) di chi insegue il mito del vincente e considera tutti quelli che non raggiungono uno status invidiabile, degli “sfigati” da disprezzare e abbandonare al loro destino.

Se tanto dolore bellico ha generato anche qualcosa di socialmente e individualmente utile, se fra tante macerie lasciate dalla guerra è possibile riscontrare una nota di ottimismo, lo dobbiamo alla memoria di quanto avvenne in quegli anni, trasmessa non solo con le testimonianze, con la parola, ma talvolta anche attraverso i silenzi.

 

Forse alcuni aspetti della guerra, soprattutto la guerra contemporanea, quella non considerata nel libro di Cardini, sono indicibili. E non vuol dire che i conflitti non si possano raccontare, che non se ne possano analizzare moventi e conseguenze fin nei minimi dettagli, che non si possano mostrare filmati in presa diretta e fotografie.

L’orrore, la parola che l’inquietante Kurtz, protagonista di Cuore di tenebra (lungo racconto di J. Conrad, che ha ispirato uno dei film più noti sulla guerra del Vietnam: Apocalipse now), pronuncia nell’ultimo istante della sua vita, l’orrore della regressione nel buio dell’animalità, l’orrore generato dalla disintegrazione di ogni riferimento etico, l’orrore che penetra nel sangue e nelle ossa, l’orrore subìto ma a volte – non possiamo ignorarlo – anche generato (seppure forzatamente o senza intenzione, senza consapevolezza), quello forse è incomunicabile.

«Hier ist kein Warum (qui non c’è perché)»5 risponde una SS a Primo Levi, dopo avergli impedito di dissetarsi con un pezzo di ghiaccio staccato fuori di una finestra. Forse è proprio per questa assenza di risposte che la guerra, come l’olocausto, non si può comunicare fino in fondo, almeno attraverso un linguaggio razionale. Perché non esiste alcuna giustificazione logica sufficientemente robusta da reggere alla semplice domanda: perché?

Alcuni dei nostri padri, per le ragioni considerate in precedenza, hanno rinunciato a comunicare le atrocità, avviandosi sul sentiero della rimozione. Altri hanno parlato, e spesso hanno avvertito che parlare non bastava a spiegare, a convincere, a comprendere. Le vibrazioni del loro sconforto giungono ancora sino a noi, attraverso comunicazioni sotterranee, prive di suono e di voci. Verosimilmente sono queste vibrazioni che mi hanno spinto a scrivere sulla guerra. Non possiamo ignorarle. Parlandone, forse, ci rendiamo più liberi. E forse, chissà, rendiamo più liberi i nostri padri.

 

 

 

 

1 F. Cardini, Quella antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla rivoluzione francese, Milano, Mondadori, 1995, p. 414

2 F. Cardini, Op. cit., p. 414

3 E. Meloni, Er davenì, Roma, Progetto Cultura, 2007, p. 82

4 G.G. Belli, Tutti i sonetti romaneschi, a c. di M. Teodonio, Roma, Newton Compton, 1998, vol. 1, p. 371.

5 P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1989, p. 25.

 

 

 

 

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