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LEGGENDO «L’ANGEL» DI FRANCO LOI

«Rifondazione della poesia?» n. 2

(
Pubbblicato su «Prospektiva» n. 34)

 

 

 

Come potrebbe commentare «L’angel», un lettore che non frequenta i piani alti della letteratura e che ignora gli sviluppi della poesia neodialettale? Prima di tutto in quest’opera riscoprirebbe il gusto, il piacere di ascoltare un poema, un romanzo in versi, un racconto realista e al contempo onirico e visionario, di una vita che cronologicamente parte dagli anni Trenta (Loi nasce a Genova nel 1930) e arriva quasi ai giorni nostri, abbracciando eventi storici, costume, politica, vizi, paure, virtù degli Italiani e dell’uomo nel suo essere universale. Un canto introspettivo, contemporaneo, armonioso, che respira nel mistero dell’esistenza, e affonda le radici nelle narrazioni “pre-omeriche”, nell’esigenza di rispondere ai mille perché esistenziali, nella necessità di dar voce a chi subisce il peso della storia ma non sa dirlo, a qualcosa, che dentro di noi - emarginata dalla coscienza – si agita e reclama uno spazio vitale.

 

Il senso della metrica (non tecnica astratta, ma fattore* connaturato all’espressività della lingua) si è perso lungo il XX secolo nella poesia in lingua, che nei “salotti buoni” è andata via via inaridendo, facendosi raffinata e sterile, come i colti «parigini» citati da Giovanni Berchet nella famosa «Lettera semiseria»[1]. La poesia “dominante” è divenuta, dunque, povera di fantasia e di passione nelle mani di «parigini», circondati da turbe di seguaci non sempre altrettanto dotti, epigoni banalmente conformisti, con la facile illusione di credere poesia qualunque astruso impasto di parole, purché conforme a qualche sorta di linea letteraria dominante, uscisse dalle loro penne.

 

Nelle pagine del poema di Loi, il lettore assapora il dialetto, che nel suo essere popolano e antico, coglie la cosa mentre si fa parola. Realtà e fantasia, si armonizzano e ci accompagnano con disinvoltura nel percorso narrativo dell’«Angel». Sono entrambe manifestazioni dell’esistere, incarnato anche nell’immaginazione, strumento essenziale per esprimere gli aspetti ineffabili della vita, che Loi riconduce con sapienza e spontaneità entro la sfera della concretezza e di un sentire limpido e fecondo.

Attraverso intuizioni cantate in suoni e ritmi mai banali, la poesia a tratti ci guida sulle vette più alte di pensiero e religiosità, penetrando, non senza immersioni nel mondo onirico, persino la nebbia che avvolge quel tremendo e meraviglioso enigma che è costituito dalla psiche umana.

 

La memoria è vissuta liberamente come «l’emozione presente nel proprio passato»[2]. I bei ricordi, nella volontà dell’autore oltrepassano la loro natura impalpabile, astratta, fino ad acquisire consistenza qui ed ora, assumendo la connotazione di una sostanza che si identifica con l’essere pensante: (pag. 170-172, p. 2, XLVII)

 

Mì el capissi no sé ‘l vör ‘stu Diu...

El temp l’era lì bèll, ‘dèss el gh’è pü.

(...)

Ma mì, mì vöri no che sia memoria

j òmm ch’û vursü ben, i dònn del cör,

i dì ch’în stâ un fülmen fermu in aria,

i bèj mument d’un vìv che mai se mör,

mì sun ‘me lur, sun la sua sustansa,

e pòdi no pensàm la mort in cör...

 

Non capisco proprio cosa vuole questo Dio... / Il tempo era lì bello, adesso, non c’è più. / (...) / Ma io, io non voglio che siano solo memoria / gli uomini a cui ho voluto bene, le donne del cuore, / i giorni che sono stati un fulmine fermo in aria, / i bei momenti di un vivere che mai può morire, / io sono come loro, sono la loro sostanza, / e non posso pensare la morte dentro il cuore...

(Da L’angel, parte seconda, XLVII)

 

Un microcosmo di ricordi che spaziano in ogni prospettiva dell’esperienza umana: giochi d’infanzia, partite di calcio (quando ancora prevaleva il sapore del gioco, la partecipazione, il puro gesto atletico, di contro a interesse economico e violenza), i diversi stadi della follia, l’impegno civile e politico, l’ingiusta carcerazione, gli incontri galanti, l’attrazione, l’amore, l’amicizia...

 

La “contaminazione”, il pluristilismo si specchiano nell’uso della lingua, anzi le lingue, poiché al milanese si alternano colornese, genovese, italiano e romanesco. Il primo è l’emiliano idioma materno mentre il secondo è della città che lo hai visto nascere. Essi sono verosimilmente reinterpretati dall’autore, e ci offrono una molteplicità espressiva che non è solo linguistica ma anche geografica: una geografia riferita alle fasi di un cammino esistenziale carico di umanità, saggezza e rara sensibilità nell’osservare il mondo interiore e quello fuori di noi.

 

Ma chi è l’«angelo», protagonista del poema di Loi? Ha tutta l’aria di essere qualcuno che non ha dismesso il suo spirito bambino, gli ideali che immaginano un mondo di uomini migliori, una società armoniosa ed emancipata di individui se non proprio fratelli, almeno solidali o che, comunque, non passino il tempo ad escogitare trappole per sè e per il prossimo. Ma l’impatto con la cruda realtà, per uno spirito così elevato e inerme, sapiente e ingenuo, non può che essere devastante. Ne segue fatalmente, una intensa disillusione: il mondo non si cambia perché l’uomo, anche se non è cattivo, è un cialtrone, uno sciocco senza memoria, che se può si nasconde:

 

Ma s’an sbaliâ el Crist e pö ‘l Lenin,

sè ‘l vör un àngiul che pö l’è ‘n grass de rost?[3]

I bun resun în pan dumâ per chi

cun la resun ghe magna dì e nott,

ma l’òm cum l’òlter òm el se fa tost,

el g’à paüra a dì quèl che l’infescia,

el se fa sü, el cünta ball, el tolla,

e tì cuj tò resun te sé cundî.

Dunca a fà l’àngiul ghe poch de rampegà,

ché l’àngel l’è la sulfa del vèss sul,

de ‘végh paüra che l’òm el te martèla,

paüra enfin che ghe sia mai resun

e mai l’ümanitâ te sia surella,

ché nüm se sèttum denter ‘na presun

e se fèm àngiul per speransa al sû.

 

Ma se hanno sbagliato il Cristo e poi Lenin, / cosa può farci un angelo, che poi è meno di niente? / Le buone ragioni sono valide soltanto per quelli / che la ragione la frequentano giorno e notte, / ma l’uomo con l’altro uomo si fa duro, / ha paura di confessare ciò che lo tormenta, / s’imbroglia da solo, racconta menzogne, scappa, /e tu con le tue ragioni sei fatto fesso. / Dunque a far l’angelo c’è poco da raccogliere, / ché l’angelo ha il destino della solitudine, / di aver paura che l’uomo lo aggredisca, /paura infine che non ci sia mai una ragione / e mai l’umanità ci sia sorella, / ché noi ci sediamo dentro una prigione / e se facciamo gli angeli è per avere una speranza.

(Da L’angel, parte seconda, LVIII)

 

Attraverso il dialetto Loi recupera, scavalcando quel Novecentismo astratto e respingente, un gusto affabulatorio, una musa schietta, versicolore, e ci riconduce al senso archetipo della poesia. E lo fa con naturalezza, senza vergognarsi delle emozioni e della bellezza... Sì perché, contrariamente al giudizio di taluni benpensanti, una poesia ha tutto il diritto di voler essere “bella”. Possiamo dirlo a voce alta, “gridare” se necessario. Esiste, è utile ricordarlo, in barba a rigidi censori, anche il diritto alla poesia gridata. D’altronde in una fase in cui i più sembrano ignorare, snobbare quest’arte, per richiamare l’attenzione, per farsi ascoltare al di fuori della piccola elite di sopravvissuti, perché al poeta dovrebbe essere precluso versificare in toni accesi, irruenti, carichi di significati e di passione? E non soltanto per una mera questione letteraria, ma anche per un’intima urgenza espressiva.

 

Nei versi di Loi si respira la forza, l’armonia, l’umiltà, la musica, il valore della libertà, il flusso vitale e intenso delle origini, in barba al reiterato diktat, alla «peste»[4] di post-ermetismi e vetero-avanguardismi, che hanno mitizzato «la poesia dei non-poeti, dei mentecatti»[5], con il bel risultato di allontanare dall’arte i fruitori e persino gli artisti stessi, diramando necrologi sotto forma di versi malati, asettici, inespressivi.

Si viene a realizzare attraverso la riscoperta del dialetto una sorta di “rifondazione della poesia”, e senza scomodare il rap d’oltreoceano, come avevo (provocatoriamente) suggerito in un mio precedente intervento.[6] Una intima riscoperta della tradizione vernacolare, dettata – come ci racconta lo stesso Loi[7] - «dal desiderio di ripercorrere la mia vita per capire e per capirmi di più (...) Più entravo nell’inconscio e più veniva fuori il milanese, e più scrivevo in milanese più affluivano immagini, ricordi, emozioni.(...) Un fluire ininterrotto di parole e musica»[8].

Nel ‘900 si è spesso dimenticato che «la parola della poesia non è mezzo, è corpo. Fosse solo mezzo non darebbe emozione.»[9] Ed è superfluo ricordare che un testo inabile ad infondere emozioni non può dirsi poesia. Dunque cosa pensare della mole smisurata di versi “secondonovecenteschi” astrusi, piatti o impenetrabili? Rinviando il giudizio ai posteri, non possiamo che evidenziare e rallegrarci per questo cammino aperto verso la “rianimazione” della poesia, che implica anche e soprattutto la sfera emotiva.

A ben guardare, negli ultimi anni del secolo scorso, ha cominciato a manifestarsi un’inversione di tendenza. Forse si stanno raccogliendo i primi frutti del lavoro di quanti - in dialetto o in lingua - alieni da mode e conformismi, silenziosi e spesso emarginati, hanno continuato a farsi tramite della voce essenziale della poesia. Quali gli sbocchi futuri? Quanto può ancora durare il dialetto come forma espressiva della quotidianità e del fare poetico? Non è facile rispondere. Si possono invece constatare gli effetti positivi della rinascita “neodialettale” – che grazie a Loi ha raggiunto vertici sommi - nel portare nuova linfa e nel rievocare, anche al lettore che non frequenta i piani alti della letteratura, la più schietta e felice identità della poesia.

 

Enrico Meloni

 

 

 

 

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     [1] La Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, pubblicato sulla Biblioteca italiana nel 1816, è uno dei manifesti del romanticismo italiano.

     [2] Franco Loi, Perché scrivo in dialetto, in Diverse Lingue, n. 10, 1991

     [3] Grasso d’arrosto. Ha significato di uomo da poco, di uomo da cui non ci si può aspettare niente di buono.

     [4] Franco Loi, Diario Breve, Bologna, 1995.

     [5] Franco Loi, Diario Breve, Bologna, 1995.

     [6] Enrico Meloni, Rifondazione della poesia? in Prospektiva, n. 28, 2005.

     [7] Franco Loi, Considerazioni attorno alla lingua della poesia, in Diverse   Lingue, n. 3, 1987.

     [8] Franco Loi, Considerazioni attorno alla lingua della poesia, in Diverse   Lingue, n. 3, 1987.

     [9] Franco Loi, Considerazioni attorno alla lingua della poesia, in Diverse Lingue, n. 3, 1987.